La messa come sacramento

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Per comprendere nello specifico il sacramento della messa o, più tecnicamente, dell’eucaristia, dobbiamo, prima, fare una introduzione al concetto di sacramento in generale.

Che cos’è un sacramento

Definizione

Un sacramento, per definizione, è un rito liturgico, cioè celebrativo, che, attraverso gesti, parole, segni e simboli visibili e materiali realizza la grazia, cioè il dono di Dio, che questi vogliono significare.

Per fare un esempio facile: il rito centrale del battesimo è il lavacro con l’acqua. Questo gesto, esplicativo di suo, sta a significare che il battesimo lava e purifica l’anima del battezzando. Questa significazione, nella celebrazione del battesimo, viene realizzata effettivamente, cioè, praticamente e non solo simbolicamente, l’anima del battezzando viene purificata nel momento in cui, durante il rito, l’acqua lava la testa del battezzato, oppure viene immerso nel fonte battesimale. Ci sono anche altri effetti del battesimo oltre questo, ma qui il focus è sull’eucaristia; questo ci serve solo come esempio.

Materia, forma e ministro

Tornando ad un discorso generale, tutti gli elementi caratteristici dei sacramenti sono raggruppati in tre categorie: la materia, la forma e il ministro.

La materia consiste negli elementi materiali che prendono parte alla celebrazione – sempre facendo riferimento al battesimo, la materia è l’acqua –.

La forma è la formula che viene pronunciata durante il rito – nel battesimo la forma sono le parole «io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» –.

Il ministro, invece, è colui che può celebrare validamente il sacramento. In questo caso, per fare un esempio, guardiamo direttamente all’eucaristia – perché la questione del ministro, nel sacramento del battesimo, è più complessa –: il ministro del sacramento dell’eucaristia è il sacerdote validamente ordinato, cioè un presbitero o un vescovo.

La particolarità di questi elementi è che, affinché un sacramento sia celebrato validamente, questi devono essere tutti rispettati. Per esempio, se uno volesse celebrare la messa con la coca cola e una bistecca invece che con il pane e il vino, il sacramento non sarebbe valido. Stessa cosa se la messa venisse celebrata da un diacono, da una suora o da un laico.

La causa e gli effetti dei sacramenti

Oltre che individuare materia, forma e ministro di un sacramento, la teologia ha individuato altri modi per schematizzare e aiutare la comprensione dei sacramenti. Uno di questi modi è quello di sottolineare la causa e gli effetti dei sacramenti.

La causa sono gli elementi esteriori e visibili della celebrazione sacramentale, cioè quelli che prima abbiamo chiamato materia, forma e ministro.

La celebrazione valida di un sacramento con questi elementi esteriori e visibili, fa sì che il sacramento produca i suoi effetti che sono, normalmente, due. Il primo effetto, causato direttamente dalla celebrazione valida del sacramento è, a sua volta, anche causa di un effetto secondario che è il vero motivo della celebrazione del sacramento.

Proviamo a comprendere questo concetto con un esempio che esula totalmente dal mondo dei sacramenti. Penso che tutti quanti conosciamo il gioco del biliardo, dove con una stecca bisogna colpire un boccino bianco perché esso, a sua volta, colpisca una boccia colorata e la mandi in buca. Ora, il giocatore, la stecca e le bocce, bianca e colorate, sono i cosiddetti elementi esterni, quelli che noi abbiamo raggruppato nel concetto di causa – il giocatore che colpisce con la stecca il boccino bianco è la causa di tutto il movimento che si va a creare sul tavolo da biliardo –. Questa causa fa sì che il boccino bianco vada a colpire una boccia colorata. Questo colpo e il conseguente movimento della boccia colorato è l’effetto primo che, però, non è il vero scopo del gioco, ma serve solo per raggiungerlo. L’effetto secondario è che, grazie al colpo ricevuto dal boccino bianco, la boccia colorata va a finire in una buca del tavolo.

In sintesi, allora, quando noi celebriamo un sacramento vogliamo raggiungere l’effetto secondario – questo concetto è molto importante per capire bene il vero senso della celebrazione eucaristica –.

Applichiamo all’eucaristia

Anche se più di qualcosa abbiamo già detto, applichiamo, adesso, i concetti di materia, forma e ministro e di causa ed effetto al sacramento dell’eucaristia.

Materia, forma e ministro dell’eucaristia

La materia della celebrazione eucaristica sono il pane e il vino. La forma sono le parole dell’ultima cena: «questo è il mio corpo […] questo è il mio sangue». Il ministro è il sacerdote, presbitero o vescovo.

Causa ed effetti dell’eucaristia

La causa sono gli elementi esterni, cioè la materia, la forma e il ministro di cui si è detto poco sopra.

L’effetto primo è la transustanziazione, cioè la trasformazione della natura del pane e del vino nella persona di Gesù Cristo. Dopo la consacrazione, quindi, Gesù è veramente, realmente e sostanzialmente presente sotto le specie del pane e del vino.

L’effetto secondario è la comunione, di chi riceve la materia consacrata, con Dio e con gli altri. Questo concetto è quello importante. Dicevamo prima che l’effetto secondario è il vero motivo per cui si celebra del determinato sacramento. Questa cosa vale anche per l’eucaristia.

Noi non celebriamo principalmente la messa perché così il pane e il vino si trasformano nella persona di Gesù, ma perché, attraverso questa trasformazione e l’accoglienza di Lui con la comunione, si ingenera una comunione con Dio e tra i cristiani.

Con altre parole: se uno va a messa e fa la comunione è perché attraverso di essa vuole rafforzare la comunione con Dio e con il resto della comunità. Questo è il motivo ultimo e importante della celebrazione eucaristica.

E questa cosa comporta delle conseguenze importanti rispetto ad alcuni atteggiamenti che, purtroppo, delle volte si vedono nelle nostre celebrazioni eucaristiche. Ne cito qui solo uno perché avremo modo di vederne altri nel prosieguo del percorso formativo.

Delle volte capita che uno va a messa e poi non fa la comunione. Sapendo che tutta la messa è finalizzata proprio alla comunione, non farla è come non starci a messa. È come il giocatore di biliardo che evita di mandare la boccia in buca. Fa tutto: colpisce il boccino bianco, questo colpisce la boccia colorata, ma quest’ultima non va in buca. Di fatto ha fallito. Andare a messa e non fare la comunione è come fallire il colpo. Oppure come quello che viene invitato a mangiare, ma poi, pur stando a tavola, non tocca cibo.

Appendice: i diversi nomi con cui indichiamo la messa

Se si è stati attenti, generalmente parliamo di “messa” e di “celebrazione eucaristica” in maniera indifferente per indicare il rito celebrativo per eccellenza della domenica. In effetti, i due termini si possono veramente utilizzare come sinonimi, perché entrambi indicano la stessa cosa e, tra l’altro, non sono gli unici due termini in uso.

Quando si parla della messa, la si può chiamare anche:

  1. “Frazione del pane”, come si trova scritto negli Atti degli Apostoli, perché si identifica il rito con il momento specifico dello spezzare il pane (l’ostia);
  2. “Cena del Signore”, perché nel momento della consacrazione si ripetono le parole di Gesù dell’Ultima Cena (Paolo, nelle sue lettere usa questo termine);
  3. “Santi misteri”, dove la parola “mistero” viene dal greco e che, in latino e, poi, in italiano traduciamo con “sacramento” (quindi si potrebbe dire anche “santo sacramento”) perché è il sacramento per eccellenza e il più importante;
  4. “Eucaristia” o, come abbiamo fatto, “celebrazione eucaristica”;
  5. “Messa”, il nome più comune.

I primi due termini sono poco frequenti nel parlare comune – presso i protestanti si usa spesso il termine “Cena del Signore” o “Santa Cena” –, mentre il terzo lo si usa ogni tanto durante la messa all’introduzione dell’atto penitenziale, quando il sacerdote dice «prima di celebrare i santi misteri riconosciamo i nostri peccati».

Il termine “messa” viene preso dal congedo finale in latino. In italiano, alla fine della messa, si dice: «La messa è finita, andate in pace», in latino si dice, più sinteticamente, «Ite, missa est» che significa «Andate, è finita». Poi, da “missa” a “messa” il passo è stato breve. Quindi, quando si usa il termine “messa”, si starebbe usando, in italiano, il termine “finita”. Più in profondità, però, appellare alla celebrazione con questo termine significa sottolineare non tanto il rito in sé, quanto la sua funzione: quando finisce la messa, non finisce l’essere cristiani, ma, anzi, inizia il momento della «missione». Chiamare la celebrazione “messa”, significa dire che si è consapevoli che quello che faccio non è un rito che inizia e finisce, ma uno strumento che mi serve per essere cristiano fuori dalla chiesa.

Il termine “eucaristia”, invece, è una parola composta che viene dal greco, che si può tradurre con «rendimento di grazie». Celebrare la messa, quindi, è un momento in cui rendiamo grazie al Padre. È un rendimento di grazie “generico” per i benefici di Dio nella nostra vita, anche se, più in particolare, è il rendimento di grazie per eccellenza per il dono della salvezza che ci ha fatto Gesù con la sua Pasqua. E poi diventa rendimento di grazie specifico per occasioni particolari. Quando si celebra, all’interno della messa, per esempio, un matrimonio: è il rendimento di grazie per il sacramento matrimoniale. È anche rendimento di grazie durante i funerali: ovviamente non per la morte della persona (!), ma perché, grazie alla Pasqua, la morte non è più la fine, ma il passaggio alla vita eterna. Si rende grazie, quindi, perché quel defunto continua a vivere in eterno, grazie ad un dono speciale di Dio.

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