Introduzione biblica alla messa

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Il percorso formativo di quest’anno ci vede impegnati nella (ri)scoperta della messa, del suo valore per il cristiano e del suo significato, sia a livello personale che comunitario. In questo primo incontro cercheremo di sottolineare gli elementi generali della messa, mentre, nei prossimi, andremo ad approfondire i singoli momenti, per comprendere il significato dei gesti e delle parole che utilizziamo durante il rito.

La messa come un camminare insieme di Gesù e dei suoi discepoli

Tutti sappiamo, se non altro perché ne ripetiamo ogni volta i gesti e le parole, che celebrare la messa è rivivere il momento dell’Ultima cena, con tutto quello che essa comporta (e che vedremo negli incontri successivi). C’è, però, un altro brano evangelico che può aiutarci a trovare il senso generale del rito che celebriamo tutte le domeniche, se non tutti i giorni: il brano dei discepoli di Emmaus.

13Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, 14e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. 15Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. 16Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 17Ed egli disse loro: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?”. Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. 19Domandò loro: “Che cosa?”. Gli risposero: “Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”. 25Disse loro: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. 27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. Egli entrò per rimanere con loro. 30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. 32Ed essi dissero l’un l’altro: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?”. 33Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”. 35Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane (Lc 24,13-35).

Il brano inizia con un’indicazione temporale: «in quello stesso giorno» (v. 13). È il giorno di Pasqua, il giorno della risurrezione. Nei versetti precedenti, l’evangelista Luca ha raccontato delle donne che sono andate al sepolcro e non hanno trovato il corpo del Signore e hanno avuto una visione di angeli che hanno annunciato loro che Egli era risorto (gli stessi discepoli di Emmaus diranno queste cose a Gesù in questo brano).

Stiamo quindi nel contesto della Pasqua. A differenza delle donne, questi due discepoli non hanno ancora fatto esperienza dell’incontro con Gesù Risorto, lo hanno solo visto morire. Di fronte a quella morte tutti i loro sogni e i loro desideri si sono infranti. Sono visivamente tristi. Diranno: «speravamo fosse lui a liberare Israele, ma sono già tre giorni che è morto».

Ci sono, poi, un’indicazione di movimento e una di luoghi: «erano in cammino da Gerusalemme ad Emmaus». Nella Bibbia, il camminare sta ad indicare una situazione in evoluzione. Questi due discepoli stanno dando forma alla loro vita. Hanno seguito Gesù, lo hanno visto morire e, mentre stanno elaborando quanto è successo nella loro vita, stanno “evolvendo”, stanno cambiando. È, per ora, un cambiamento in peggio, perché stanno andando via da Gerusalemme, per andare ad Emmaus. Gerusalemme era il centro della fede di Israele, dove c’era il Tempio, la casa di Dio sulla terra. Il posto più vicino alla divinità. Loro si stanno allontanando da esso per andare verso Emmaus. Emmaus era una città “negativa” perché da essa, nel II secolo avanti Cristo (quindi appena 200 anni prima dell’avvento di Gesù), erano partiti degli eserciti per distruggere Gerusalemme e tutta la Giudea e, sempre lì, molti stranieri si erano accampati per poter, poi, comprare come schiavi gli Ebrei catturati da quella guerra. Di fatto, quindi, questi due stavano lasciando il luogo della fede per andare verso un luogo di prigionia.

Se il contesto storico è quello della Pasqua, che indica la liberazione, il contesto psicologico dei due è quello della schiavitù.

In questa situazione, Gesù si affianca a loro. Li interroga, gli chiede il motivo della loro tristezza, li lascia parlare e sfogare. Ascolta anche le loro lamentele su di Lui: è Lui che li ha traditi, che li ha ingannati e fatto credere in una liberazione che, invece, è morta con Lui sulla croce.

Dopo averli ascoltati, li rimprovera: «stolti e tardi di cuore nel credere nella Scritture». Non è un rimprovero “arrabbiato”, ma è uno scuoterli dal loro torpore, dalla loro tristezza. Nella Bibbia, la tristezza è spesso associata alla disperazione, cioè alla incapacità di sperare. L’uomo triste è l’uomo che non sa più sperare, che non riesce a credere che le cose possano andare, alla fine, per il verso giusto. Gesù sta ridando loro quella speranza.

Lo fa partendo dalla Scrittura (all’epoca solo quello che noi oggi chiamiamo Antico Testamento), da quei testi che loro conoscevano bene e che annunciavano proprio quegli eventi lì. Forse avrà citato il canto del servo sofferente di Isaia, oppure quel salmo che Egli stesso ha gridato sulla croce («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»)

Fatto sta che quelle parole hanno iniziato a risvegliarsi dal loro torpore e dalla loro tristezza. Ad un certo punto, dopo che lo hanno riconosciuto, loro stessi diranno: «non ardeva, forse, il nostro cuore quando Egli ci spiegava le Scritture?».

Così facendo arrivano a sera. Loro si fermano, mentre Gesù fa per continuare il cammino. Prima è stato Gesù ad affiancarsi a loro, adesso sono loro a chiamarlo perché resti ancora: «Resta con noi Signore, perché si fa sera e il giorno già volge al declino».

È il momento della cena. Il momento di rifocillarsi dopo una giornata di cammino. Quel cibo è, da loro, desiderato come ristoro. Hanno fame e devono saziarsi. In quel momento Gesù offre loro un cibo ben più importante. Offre il suo stesso corpo. Nello spezzare il pane rifà quel gesto “famoso” che ha fatto quattro giorni prima durante l’Ultima Cena.

E in quel momento i loro occhi finalmente si aprono e lo riconoscono. È il Risorto, quello stesso Gesù che il venerdì ha infranto i loro desideri adesso è, di nuovo vivo, davanti a loro. Quello che le donne hanno detto all’inizio di quella mattinata è tutto vero. E, proprio in quel momento, Gesù scompare dalla loro vista. Essi non hanno più bisogno di vederlo, sanno che è vivo.

Ma l’episodio non termina con il riconoscimento del Risorto. Questi due discepoli, che sono adesso, anche loro, testimoni di questo grande evento, non possono tenersi questa cosa per loro. Sanno che ci sono tanti altri loro amici che stanno ancora nella tristezza, come ci sono stati loro. Devono correre indietro a dare quest’annuncio. Devono tornare a Gerusalemme. Devono rifare il cammino al contrario e, nel farlo, si riallontanano da Emmaus – dal luogo della schiavitù – e tornano al centro della fede, al luogo in cui si è consumata la Pasqua, la liberazione dal male e dal peccato.

Dall’episodio dei discepoli di Emmaus alle parti della messa

Abbiamo detto all’inizio che questo episodio è esplicativo delle varie parti della messa e, in effetti, qui si possono riconoscere tutte.

I riti di ingresso, con l’atto penitenziale, sono associabili al primo incontro di Gesù con i discepoli, quando essi si raccontano a Lui. La Liturgia della Parola è quando Gesù spiega le letture. Il momento della comunione e, in genere, della Liturgia Eucaristica li ritroviamo nello spezzare il pane da parte del Risorto. E c’è anche il momento finale, quando l’assemblea si soglie e dovrebbe andare fuori dalla Chiesa per testimoniare ed annunciare il Vangelo. Nel brano questo momento è il ritorno dei discepoli a Gerusalemme per annunciare la risurrezione ai loro amici.

In conclusione, quindi, possiamo pensare alla messa come a questo brano: noi siamo quei discepoli che entriamo in chiesa con le nostre storie, i nostri pensieri e i nostri desideri, li raccontiamo al Signore, Lui ci ascolta, ci dà il suo consiglio con la sua Parola e, poi, ci dà il suo corpo come cibo per rifocillarci nel cammino e per avere la forza e il coraggio di raccontare agli altri il nostro incontro con Lui.

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