Il prototipo della fede di Abramo e Sara

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Dalla Lettera agli Ebrei (11,1-19)

1La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. 2Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.

3Per fede, noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sicché dall’invisibile ha preso origine il mondo visibile.

4Per fede, Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, avendo Dio attestato di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora.

5Per fede, Enoc fu portato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Infatti, prima di essere portato altrove, egli fu dichiarato persona gradita a Dio. 6Senza la fede è impossibile essergli graditi; chi infatti si avvicina a Dio, deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano.

7Per fede, Noè, avvertito di cose che ancora non si vedevano, preso da sacro timore, costruì un’arca per la salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e ricevette in eredità la giustizia secondo la fede.

8Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.

9Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. 10Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.

11Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. 12Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.

13Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. 14Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. 15Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; 16ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città.

17Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, 18del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una tua discendenza. 19Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.

Tutta la vicenda biblica di Abramo e di Sara ruota intorno alla loro fede nelle promesse di Dio. A ben guardare, infatti, tutta la loro storia è una sorta di dimostrazione narrativa della convenienza di fondare la propria vita sulle promesse di Dio. Con la loro vicenda, l’autore biblico vuole mostrare che Dio resta fedele alle sue promesse, anche se queste non si avverano nell’immediato: Abramo è diventato veramente il padre di una discendenza enorme, anche se lui è morto e non ha conosciuto neanche i suoi due nipoti; la cosiddetta Terra promessa è entrata in possesso del popolo di Israele molti secoli dopo rispetto ad Abramo, mentre egli di quella terra non possedeva se non il suolo del sepolcro della moglie Sara.

Da qui la definizione di fede che ci viene dalla Lettera agli Ebrei: «fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede» (Eb 11,1). Questo atteggiamento “fedele”, continua l’autore della Lettera agli Ebrei, è ciò che permette di essere accettati da Dio (cfr. Eb 11,2), ciò che, in qualche modo, fa intravedere quello che si compirà quando queste promesse saranno realizzate (cfr. Eb 11,3).

Questo terzo versetto è, probabilmente, la chiave interpretativa sia di ciò che segue che, maggiormente, di cosa è la fede secondo l’autore della Lettera agli Ebrei. Si dice che, per mezzo della Parola di Dio, è stato creato il mondo, cioè che il visibile è stato tratto dall’invisibile. E, a ben guardare, le testimonianze portate dai vari personaggi elencati nel resto del testo ruotano tutte intorno a questo concetto: hanno “intravisto” quello che Dio prometteva loro e si sono fidati; hanno avuto fede in quelle promesse, fondando la loro vita e le loro scelte su quelle promesse (cfr. Eb 11,13). Lo stesso Gesù, anche lui parlando di Abramo, ne sottolinea questo aspetto: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò» (Gv 8,56).

Questa visione del compimento delle promesse non è, ovviamente, chiaroveggenza! È quella sorta di intuizione spirituale, che non ha necessariamente caratteri miracolistici, che è capace di cogliere la bontà che sarà sperimentata al compimento di quelle promesse.

Detto in altro modo: la fede nelle promesse di Dio è ciò che concretizza la certezza di ciò che viene sperato, dove, per speranza, non si intende la vaga attesa di qualcosa (la vincita alla lotteria, una promozione al lavoro, ecc.), ma è la speranza intesa come dono teologale, cioè la garanzia che quello che Dio ha detto si compie.

Tornando ai testimoni elencati dalla Lettera agli Ebrei, si può notare come essi hanno vissuto come se già quelle promesse fossero state realizzate, benché il loro compimento fosse ancora lontano dal venire.

Noè costruì l’arca prima ancora di vedere arrivare la pioggia del diluvio. Ma, maggiormente Abramo e Sara vengono presi ad esempio di questa vita fondata sulla fede di ciò che non si vede. E questo già a partire dal loro pellegrinare verso la Terra promessa.

Interessante è, qui, sottolineare l’antiteticità presente nei versetti nove e dieci, dove si dice che lo stare nella Terra promessa avvenga abitando sotto le tende, in attesa della città futura. La tenda è sinonimo di precarietà e, quindi, tutto il contrario della sedentarietà che ci si aspetterebbe nell’abitare la terra che Dio ha promesso di dare.

Con altre parole: Abramo e la sua discendenza diretta stanno vivendo nella terra che Dio ha promesso loro, ma ci stanno vivendo ancora da “ospiti”, non costruendo città per restare, ma sotto delle tende, pronti a spostarsi nel momento del bisogno. Ciò ha un duplice significato:

  1. Da una parte, è, forse, la consapevolezza che, in fondo, la vera Terra promessa non è quella terrena, ma quella spirituale – Gesù dirà: «non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 16,19-21) –;
  2. D’altra parte, il possesso della Terra promessa da parte di Israele avviene solo dopo che questi ha sperimentato la schiavitù dell’Egitto e la sua conseguente liberazione. Solo dopo essersi liberati dal giogo del faraone – che simboleggia il legame con il peccato – gli Ebrei, discendenti di Abramo, possono godere della gioia della terra promessa – simbolo della libertà dal male e della comunione con Dio –.

In questo, allora, la fede è anche questa capacità di saper andare oltre il significato immediato delle promesse, fossero anche quelle di Dio. Il dono della terra non è solo il possesso di un appezzamento di terreno, per quanto vasto possa essere. La fede, come prova di ciò che non si vede è, quindi, la capacità di entrare nella profondità e nella verità di quello che la promessa di Dio può rappresentare.

Lo stesso concetto lo si ritrova nell’episodio del sacrificio di Isacco. Il figlio promesso e atteso non è il vero compimento della promessa, ma solo l’anticipo del dono del Figlio vero, Gesù Cristo.

In sintesi, quindi, avere fede significa questo: credere nelle promesse che vengono da Dio, con la consapevolezza che esse verranno realizzate al momento opportuno – anche se in quel momento il primo destinatario di esse ha terminato la sua esistenza terrena – e che anche la loro realizzazione è una tappa intermedia di ciò che effettivamente esse vogliono significare.

In maniera più semplice: avere fede significa affidarsi nelle mani di Dio.

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